ABSTRACT

LETTERA APERTA AL PROF. GIORGIO ALLEVA, PRESIDENTE ISTAT:
                                        COMUNICAZIONE SBAGLIATA CON L’EUROPA
   
   L’Autore invia una lettera aperta al Presidente dell’Istat, in relazione al suo recente incarico, disposto dalla Legge di Bilancio 2018 del 27.12.2017 n. 295, a presiedere due Commissioni tecniche, che saranno istituite con successivo DPCM, aventi il compito di studiare, rispettivamente, la prima: “ La gravosità delle occupazioni, anche in relazione all’età anagrafica e alle condizioni dei lavoratori”, la seconda: “La classificazione e comparazione, a livello comunitario e internazionale della spesa pubblica nazionale per finalità previdenziali e assistenziali”.
   - Riguardo ai compiti della prima Commissione, è necessario premettere che la regola matematica-attuariale del calcolo contributivo della pensione è: “Statisticamente più si vive, meno si ha di pensione; meno si vive, più alta sarà pensione”. Le principali situazioni in cui possono trovarsi i lavoratori, che influiscono sulla misura della speranza di vita attesa, oltre la gravosità delle occupazioni, sono: Il luogo di residenza (al Sud, Campania, gli uomini vivono mediamente 78,9 anni; al Nord, Trento, le donne, 83,3). Il genere maschile o femminile (gli uomini, 81,6; le donne, 86,3 anni). Anche il livello d’istruzione determina differenze di sopravvivenza: un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello d’istruzione basso ovvero, 82 anni se possiede almeno una laurea.
   Pertanto, per esempio, un lavoratore di genere maschile del Sud (con 78,9 anni residui), ha una previsione di vita minore di ben 7 anni e 4 mesi (per cui dovrebbe percepire una pensione più alta), rispetto a una lavoratrice del Nord (86,3 anni), a parità di montante contributivo.
   L’Autore invita il Presidente, nella sua qualità e nella sua nuova veste istituzionale, di chiedere che l’accertamento della misurazione della speranza di vita non sia limitato alla gravosità dell’occupazione, ma esteso a tutte le predette categorie che influiscono in modo differenziato sulla durata dell’attesa di vita e anche sull’incremento periodico dei requisiti pensionistici.                 
   - Per le funzioni della seconda Commissione, prima di parlare degli attuali criteri di classificazione della spesa pubblica che risultano disomogenei tra gli Stati dell’Unione Europea, l’Autore rileva le cifre sbagliate sul costo delle pensioni in Italia, che supererebbero il 18% del PIL, comunicate dall’Istat agli Organismi dell’Unione Europea: Nel 3° Rapporto, redatto dal Comitato Tecnico - Scientifico di “Itinerari Previdenziali”, è scritto testualmente, a pag. 98, che: “L’Istat nell’anno 2011 ha addirittura comunicato a Eurostat che la spesa per I.V.S. (pensioni d’invalidità, vecchiaia e superstiti) è stata pari al 19% sul PIL”. Percentuale che tradotta in euro, significa aver speso per le pensioni, in quell’anno, circa €. 312 miliardi di euro: una cosa assurda e sbagliata!!!
   Nel 2011, invece, la spesa delle pensioni è stata di €. 143,1 miliardi (tab.1. a, Rapporto n.4, pag 142), al netto delle prestazioni assistenziali e delle tasse (circa €.163 miliardi): meno della metà di quanto comunicato agli Organismi europei (€. 312 miliardi)!
   Proprio nel 2011, c’è stata una riforma previdenziale esagerata, avendo rinviato senza alcuna flessibilità di 7 anni il traguardo della pensione (da 35 anni di contributi a 42 anni per la pensione anticipata), lasciando nella tragedia milioni di lavoratori che si sono visti, in una nottata tra il 31 dicembre e il primo gennaio del 2012, sfuggire il meritato e agognato collocamento a riposo!
   Al contrario, continua l’Autore, quella che sta esplodendo è la Spesa Assistenziale: su 16,1 milioni di pensionati, nientedimeno, oltre il 51% sono titolari di pensioni assistite, che devono essere a carico della fiscalità generale, mentre meno della metà, rispetto alla totalità dei pensionati, deve essere finanziata dalla contribuzione sociale!
   L’Autore raccomanda di fare finalmente chiarezza sui criteri per stabilire la natura delle prestazioni (previdenziale o assistenziale) che valgano per tutti gli Stati dell’Unione Europea e si domanda come può essere omogenea la metodologia del Sistema Europeo delle Statistiche della Protezione Sociale (S.E.S.PRO.S.) predisposta da Eurostat, con la collaborazione degli Stati membri se, per esempio, in Italia nel costo della spesa pensionistica sono comprese le imposte pagate dai beneficiari, mentre in Germania e in altri Paesi i trattamenti previdenziali non sono soggetti ad alcun tributo? Com’è possibile stilare una credibile media europea della spesa in rapporto al PIL, se alcune prestazioni, quali i prepensionamenti, le maggiorazioni, le integrazioni al minimo e via dicendo, vengono in Italia considerate (e, comunicate) di natura previdenziale, mentre nella maggior parte degli Stati Europei, assistenziale e di sostegno al reddito? 
    L’Autore continua con un invito rivolto al Presidente: la richiesta alla Politica che i lavori della Commissione, siano preceduti da una proposta di accordo rivolta all’U.E., per la modifica dell’attuale Regolamento comunitario, con norme più stringenti e aderenti alla realtà dei singoli Stati, sterilizzando gli eventuali tributi/oneri pagati sulle pensioni da alcuni Paesi, e individuando una comune base di spesa, al fine di qualificare e separare in modo netto il costo delle pensioni, collegate esclusivamente alla contribuzione dei lavoratori, da quello delle prestazioni assistenziali/di sostegno del reddito/d’inclusione sociale, in cui si verifica in qualche modo l’intervento di protezione sociale dello Stato.
   Solo in questo modo, conclude l’Autore, le decisioni dell’istituenda Commissione avrebbero un senso, al fine di accertare in via definitiva l’effettiva media reale a livello comunitario della spesa pensionistica in Italia rispetto agli altri Paesi Europei.


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